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 Fotografie del nostro esercito.

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francesco1017
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MessaggioTitolo: Re: Fotografie del nostro esercito.   Ven 19 Dic 2014 - 15:37

Tornare a casa per Natale, 1926

Studenti dell'Ardingly College – una scuola superiore fondata nel 1858 nel West Sussex, in Inghilterra – tornano a casa per le vacanze di Natale. La foto è del 17 dicembre del 1926.
(Fox Photos/Getty Images)

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francesco1017
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MessaggioTitolo: Re: Fotografie del nostro esercito.   Ven 19 Dic 2014 - 21:02

Come sarebbe la vita nelle grandi metropoli se l'inquinamento luminoso non ci privasse dello spettacolo delle stelle? Il fotografo francese Thierry Cohen ha provato a immaginarlo. Il risultato? Una serie di skyline surreali e quasi "magici".

Che cosa manca di più a chi vive in città? L'aria pulita, la vita all'aperto, le notti stellate... A quest'ultima esigenza ha pensato il fotografo francese Thierry Cohen, autore di una serie di foto visionarie che immaginano come sarebbe il cielo se le grandi metropoli non fossero così inquinate e illuminate a giorno anche in piena notte.

Per creare le immagini si è recato in regioni molto lontane dalla luce artificiale, ma alla stessa latitudine delle maggiori città. Ha quindi fotografato i cieli e combinato quelle immagini con fotografie delle città in questione, alterate per rimuovere tutta l’illuminazione


Le parti in inglese dono tratte dal NYT (articolo molto interessante):

http://op-talk.blogs.nytimes.com/2014/12/15/what-our-skies-would-look-like-without-city-lights/?_r=0

Dark city. Le metropoli secondoThierry Cohen

Mr. Cohen sees his photographs in a philosophical light: “When a child discovers the stars, he begins to question,” he said. “What is it, who are we, where are we, etc.? As did the first human beings.”

"In the last half a century, a large percentage of the inhabitants of our planet have ceased to be able to contemplate the beauty of the Milky Way. Almost the totality of its stars has become invisible in our skies.”


In our age of artificial light, Mr. Cohen is not alone in longing for a sort of darkness as means of illumination. Paul Bogard, for example, wrote about it in his book “The End of Night: Searching for Darkness in an Age of Artificial Light.” He said in an interview at Wired: “When we can’t see the sky, it’s tempting to think we’re the most important thing, that there isn’t a universe out there that dwarfs us.”

.................

Manipolando le immagini le rende spente, scure e buie. Ogni silhouette è inserita sotto un cielo stellato che si trova in un altro luogo, ma alla stessa latitudine.

La serie Darkened cities di Thierry Cohen affronta, con una grande originalità e il ricorso alle nuove tecnologie, il tema dolente ed estremamente attuale dell’inquinamento luminoso nelle città contemporanee, soprattutto nelle grandi metropoli. Sono viste panoramiche di grande respiro o inquadrature molto particolari dei cuori delle città che vengono sprofondate nel buio, spogliate dell’effetto della luce artificiale.

Cohen ha attraversato il mondo per completare il suo progetto iniziato nel 2011: ha viaggiato verso grandi metropoli come Hong Kong e New York, per poi dirigersi verso le aree più deserte della Terra, come il Mojave, il Rio delle Amazzoni o qualche deserto africano, in base al loro allineamento latitudinale. Con un procedimento molto complesso in postproduzione, unisce le immagini per crearne una unica, che ha dell’irreale.

Le città vengono fotografate di giorno, così da catturare al meglio la sagoma dei loro orizzonti e poi vengono oscurate in post-produzione.

Elimina i cieli della fotografia originale, spegne tutte le possibili luci nascoste nel tessuto di ogni città e "accende" il cielo notturno di un altro luogo, ma con la stessa latitudine. Il risultato è a dir poso strano, è straniante, soprattutto per l’attenzione data da Cohen ai particolari, tanto che in alcune fotografie ad esempio di città affacciate sull’acqua, le galassie e la via lattea si riflettono con una precisione naturale.................

......For the Sao Paulo photo, for example, he went to the Atacama Desert of South America to capture the night sky. The desert “is one of the driest places on earth, with the most exceptional night sky I have ever seen,” Mr. Cohen said. He made his way to the Yungay area, “the only lifeless ground on earth,” with “no rain in decades, just a few drops every 20 years.”


Parigi
48° 51' 52'' N 2021-07-14 Utc 22:18

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New York
40° 42' 16'' N 2010-10-9 Lst 3:40

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per una più ampia galleria di immagini: http://thierrycohen.com/pages/work/starlights.html#
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MessaggioTitolo: Re: Fotografie del nostro esercito.   Dom 21 Dic 2014 - 22:56

Due video con alcuni capolavori fotografici

175 Masterworks To Celebrate 175 Years of Photography: Property from Joy of Giving Something Foundation

.......the extraordinary single-owner collection of photographs that will be offered at Sotheby's New York on 11-12 December.

This collection, assembled by the late financier Howard Stein, features many of the most celebrated images this medium has produced — from daguerreotypes and motion photography to still life and industrial photography

Established masters Alfred Stieglitz and László Moholy-Nagy mix with lesser-known delights from Jacques-Henri Lartigue and Aenne Biermann.

..................

Era il 6 gennaio del 1839 quando venne annunciata con un articolo sul quotidiano Gazette de France la scoperta di una tecnica per dipingere con la luce, il procedimento chimico e la tecnica vennero poi rese pubbliche nell’agosto dello stesso anno. Quello il momento riconosciuto ufficialmente come la nascita della fotografia.

A175 anni di distanza da quella data Sotheby’s ha deciso di celebrare questa ricorrenza con un’asta, presentando agli acquirenti 175 opere provenienti dalla collezione della Joy of Giving Something Foundation dell’americano Howard Stein.

Dopo i chiacchierati successi delle fotografie di Peter Lik, questa è stata una ghiotta occasione per accaparrarsi alcuni dei grandi capolavori della fotografia internazionale, quella fotografia che anche il più scettico dei critici non potrebbe non definire arte.
Il totale delle vendite ha superato le stime di 13–20 milioni, raggiungendo circa i 22 milioni di dollari, con il 90% dei lotti venduti e con record d’asta anche per molti dei fotografi.

La vendita più importante è stata una vista di Venezia di Alvin Langdon Coburn del 1905, per circa un milione, duplicando la stima iniziale, subito a seguire Alfred Stieglitz, Evening, New York from the Shelton, stimata 300mila dollari e venduta a 92mila. Un’ottima performance tutta al femminile quella di Tina Modotti e Julia Margaret Cameron, che hanno incassato rispettivamente 485 e 461mila dollari.

Molti i grandi in lista, da Walker Evans a Moholy Nagy, da Paul Strand ad August Sander, Edward Weston e André Kertész.
A chiusura di serata e fiero del risultato di questa celebrazione il Responsabile del Dipartimento di Fotografia di Sotheby’s Christopher Mahoney ha dichiarato che: ‹‹Il mercato delle fotografie classiche non è mai stato così forte, con otto pezzi che hanno superato i 500mila dollari e l’alto numero di record stabiliti, è chiaro che l’appetito per la fotografia del diciannovesimo e ventesimo secolo è al suo massimo››.


http://www.sothebys.com/en/news-video/videos/2014/12/175-masterworks-to-celebrate-175-years-of-photography-part-one.html

http://www.sothebys.com/en/news-video/videos/2014/12/175-masterworks-to-celebrate-175-years-of-photography-part-two.html
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MessaggioTitolo: Re: Fotografie del nostro esercito.   Lun 22 Dic 2014 - 11:10

Lynn Davis ( 1944 - )

segnalata da Roberto, che ringraziamo "sentitamente"


Considerata una delle più eleganti fotografe americane, Lynn Davis nota per le sue imponenti foto in bianco e nero raffiguranti paesaggi monumentali o icone culturali ed architettoniche.

Allieva della grande Berenice Abbott ed amica del controverso Robert Mapplethorpe
, Lynn Davis apprezzata in tutto il mondo: le sue splendide foto fanno parte delle collezioni permanenti di alcuni tra i pi rinomati musei al mondo, come il MOMA di New York o il Museum of Contemporary Art di Chicago, e sono spesso oggetto di mostre di fotografia di grande richiamo.

In mostra a Venezia Lynn Davis porter splendide foto incentrate sullepifania di luoghi sacri alluomo, che verranno esposte in un luogo in sintonia con la loro stessa essenza, il Museo Archeologico di Venezia, dedicato alla memoria antica ed immerso in un'atmosfera senza tempo dove le foto di Lynn Davis potranno trovare la loro naturale collocazione.

Lynn Davis a Venezia per una mostra di fotografie dal forte impatto scenografico, dove le sue straordinarie foto potranno contare su una location che ne esalter ancora di pi la spiritualit e i profondi significati nascosti nella perfetta resa fotografica

.......................................................................................................................................

«Il mondo non assomiglia alle mie foto», anche se le sue foto hanno per soggetto il mondo, che si tratti delle Piramidi in Egitto, delle cascate in Venezuela, dei ghiacci della Groenlandia, delle grandi distese di sabbia cinesi o dei templi di Palmira, in Siria. L’ americana Lynn Davis (1944) osserva le cose da lontano per sottolinearne la grandezza. I suoi sono viaggi simbolici, metaforici, in luoghi che costringono l’uomo a interrogarsi sull’essenza dei fenomeni.
Le sue immagini, perfette da un punto di vista fotografico-Davis ha iniziato il suo percorso con un apprendistato presso Berenice Abbott-portano lo spettatore a interrogasi sulla natura di quanto accade, sulla vita, sulla morte, sul senso più profondo dell’esistenza. Nelle sue fotografie in bianco e nero, frutto di un’osservazione meditata nel corso del tempo, il nitore della materia esalta la forma dei soggetti. Si respira così una profonda spiritualità. sottolineata da un particolare uso della luce

....................................................................................................................................

Lynn Davis reveals the spiritual nature of her work through her exploration of the world's greatest universal sites, both man-made and natural.

Setting (collocandosi)  herself in the grand tradition of nineteenth century landscape photography, and driven (guidata/ispirata) by a desire to record the natural and architectural monuments of the world, Davis documents the icebergs of Greenland, the pyramids of Egypt, the ancient architectural ruins of Burma, Nepal, Thailand, India, and China, as well as mythical natural wonders, including the Grand Geyser in Yellowstone

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Crescent moon spring Dunhuang, China

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Monastery, Petra, Jordan  

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Icebergs, Greenland

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MessaggioTitolo: Re: Fotografie del nostro esercito.   Lun 22 Dic 2014 - 12:36

Le mostre di fotografia

Mario Dondero


INFORMAZIONI UTILI
Mario Dondero
Museo Nazionale Romano alle Terme di Diocleziano
Mostra promossa dalla Soprintendenza Speciale per i beni archeologici di Roma con Electa
Grandi Aule  -  Roma, viale E. De Nicola 78 19 dicembre  -  22 marzo 2015 www.archeoroma.beniculturali.it


l silenzio dei chiostri e il verde delle certose da una parte. Il caos di una città metropolitana dall'altra. In mezzo la possibilità di immergersi in una mostra in cui è racchiuso il mondo del Novecento fotografato nel corso degli anni, sempre con la stessa passione e professionalità, da Mario Dondero, classe 1928.

Oltre duecento foto esposte fino al 22 marzo 2015 nelle Grandi Aule delle Terme di Diocleziano, storica sede del Museo Nazionale Romano. "La scelta di questo spazio espositivo è per portare avanti un proficuo connubio tra antico e moderno, voluto da tempo anche nella città di Roma" ha dichiarato la soprintendente Mariarosaria Barbera.

La maggior parte degli scatti esposti, raccolti selezionandoli tra quelli di una lunga e ricca carriera di oltre settant'anni, sono in bianco e nero, volutamente, per scelta dell'artista, alcuni a colori.

La mostra, a cura di Nunzio Giustozzi e Laura Strappa, è allestita in quattro sezioni - "La nascita di una vocazione", "Verso il mondo", "La passione per la politica e la storia", "La grande svolta"- in cui si alternano fotografia sociale, fotografia politica, quotidiana, di costume, intellettuale: in ogni caso fotografia che cessa di essere cronaca e diventa storia, guardandola ora, con il dovuto distacco  temporale.

Si tratta sempre e comunque di una fotografia che non ha mai avuto velleità artistiche, piuttosto di testimonianza, come è evidente sin dalla prima foto che si vede in mostra.

È una palese dichiarazione di stima a Rober Capa, suo punto di riferimento sin dall'inizio della carriera.

 È uno scatto piuttosto recente, del 2006: Dondero è tornato su quella collina di Cerro Muriano, dove il 5 settembre del 1936, morì il giovane anarchico miliziano antifascista Federico Borrell García, fotografato in quel tragico momento della guerra di Spagna proprio da Capa.

Nella stessa sezione iniziale spazio anche a foto più "leggere": c'è Maria Callas con Luchino Visconti e Leonard Bernstein ritratti insieme a Milano nel 1955 durante le prove de La Sonnanbula alla Scala.  Dello stesso anno lo scatto a Serge Gainsbourg a Parigi.

E così via tra ritratti di intellettuali, artisti (Giacometti e Bacon tra tutti) e scatti di duro e puro fotogiornalismo anche se Dondero ha dichiarato di essere incappato in questo mestiere quasi per caso: il giorno che doveva iscriversi da buon genovese all'istituto nautico gli venne la scarlattina.

Finì a frequentare il ginnasio, non più in Liguria ma al "Berchet" di Milano, a causa della separazione dei genitori. Iniziò ad innamorarsi del descrivere le cose e del farlo viaggiando: "alla fine la mia esistenza è stata più errabonda di un marinaio. I miei cugini sono capitani, ma ora spesso i marinai sono manager, i fotografi invece girano davvero il mondo" ricorda Dondero mettendo l'accento sul lato ludico dei primi anni.

"La necessità delle foto nel mio caso era fondamentale perché ero un cronista di nera; dovevo continuamente chiedere all'agenzia del padre di Oliviero Toscani di mandarmi qualcuno. Certo all'inizio in questo lavoro il fattore divertimento per me prevaleva sul resto: provavo anche un certo senso di colpa perché mi divertivo mentre gli altri lavorano. Fare le foto e lavorare per i giornali mi è sempre piaciuto, molto meno il termine "reporter" che mi fa pensare al labrador e al golden retriever, che portano il giornale al suo padrone" racconta ironico Dondero.

"Solo con il tempo sono diventato consapevole dell'importanza che ha questo mestiere" aggiunge tornando serio il fotografo.

Ci tiene a sottolineare come i sentimenti che lo abbiano sempre motivato siano stati la curiosità intellettuale, la passione civile e anche i grandi amori. L'età non frena i suoi entusiasmi, la sua lungimiranza e l'apertura mentale: "il giornalista che racconta può servirsi delle immagini così come dei video, della radio e di tutti i mezzi che ha a disposizione, l'importante è dire quello che si pensa, sempre.  Io per esempio oggi sono esaltato dall'importanza di questa giornata epocale per  Cuba. Bisogna avere il coraggio di schierarsi: lavorare per i giornali tutta la vita richiede complicità e affinità di sentimenti per lavorare con chi la vede come te" continua Dondero.

Molti degli scatti in mostra risalgono al periodo del Giamaica, mitico bar milanese (a Brera)frequentato negli anni Sessanta e Settanta da scrittori, giornalisti e artisti. "La mia giovane "vita agra"  -  dice il fotografo citando il compagno amico di quei tempi Bianciardi-  non me la ricordo: mi ricordo però il divano in cui meditare riuniti intorno a una grande insalata perché non avevamo soldi per altro.

Però, anche se le nostre foto le volevano in pochi perché usavamo la luce naturale e le accettava solo il Mondo di Pannunzio, eravamo convinti che prima o poi avremmo avuto successo nella vita, rispetto ai nostri parametri di successo, e tanto ci bastava.

Nella pensione  delle sorelle tedesche in cui alloggiavamo tenevamo sempre una branda in pi
ù: era un giaciglio clandestino, non avevamo il permesso di farlo ma ospitavamo tutta la gente che passava al bar Giamaica e poi non sapeva dove dormire" racconta il fotografo pensando al suo passato. Quanto al suo futuro si interroga ancora. "Ho notato che sia Salgado che McCurry, nelle fasi finali della loro carriera, si sono avvicinati alle foto di paesaggi e animali, io non so cosa farò" conclude Dondero, un giovane ottantaseienne di mestiere fotografo.

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Capa e Dondero Quando la fotografia è una pratica etica


Incontri a Villanova e a Nuoro con il grande fotogiornalista In occasione della mostra dedicata al reporter ungherese di Antonio Mannu

25 marzo 2014

NUORO. Robert Capa e Mario Dondero. E' nato da una casuale coincidenza il doppio appuntamento con Dondero e l'opera di Capa, con la fotografia «onesta e necessaria». Che per Dondero, figura originale del fotogiornalismo italiano, è una sorta di “servizio reso alla comunità”.

Sabato mattina a Villanova Monteleone, negli spazi di Su Palatu dove, sino al 30 marzo, è possibile visitare la sua mostra “A proposito di Robert Capa”, Dondero ha incontrato gli alunni della scuola media dell'istituto “Eleonora d'Arborea”.

Domenica c'è stato un doppio incontro al museo Man che ospita, con successo, la mostra dedicata al fondamentale autore ungherese: “Robert Capa. Una vita leggermente fuori fuoco”. «Forse, se non avessi conosciuto il lavoro di Capa in gioventù, non sarei diventato un fotografo» ha affermato in entrambe le occasioni.

Due incontri, anzi tre, diversi ma ispirati dall'umanesimo del fotografo italiano.

«A Villanova l'incontro è stato allegro, con ragazzi attenti e curiosi nella loro gentile ingenuità» ha detto Dondero, che con studenti, insegnanti e pubblico ha parlato di storia e storie, anche personali, raccontando tra l'altro il perché della sua scelta adolescenziale di unirsi ai partigiani. «Avevo sedici anni, poco più della vostra età. L'ho fatto perché durante il periodo della persecuzione antisemita mia madre nascose in casa una famiglia ebrea. Non riuscivo ad accettare che degli esseri umani fossero perseguitati in quel modo e ho deciso di oppormi».

Raccontare la storia, raccontare la verità.

«Per Robert Capa, uomo consapevole e schierato, questa era la miglior forma di propaganda. Durante l'incontro con i ragazzi ho cercato di accendere in loro la curiosità per questo mestiere, il cui compito, a mio avviso, è quello della testimonianza».

Al Man, domenica mattina, ha appuntamento con una troupe Rai per un'intervista.

Che si trasforma in una estemporanea visita guidata alle immagini di Capa. Il fotografo le conosce e svela particolari poco noti: «Ecco, quest'uomo col fucile, che con altri si ripara dietro un'auto, è Henrì Rol Tanguy, comandante partigiano comunista, fotografato nell'agosto del 44 nei giorni della liberazione di Parigi».

E parla delle differenze tra Capa e Cartier Bresson, entrambi formidabili cronisti del ventesimo secolo, diversi anche nell'approccio alla fotografia. «Capa era istintivo e diretto, poco sofisticato nella costruzione delle inquadrature, semplici e quasi sempre frontali. Cartier Bresson era invece un vero architetto della fotografia, attento a linee e forme di immagini dietro le quali c'era anche una precisa estetica dell'istantanea».

Il pubblico segue anche all'incontro serale guidato da Lorenzo Giusti, direttore artistico del Man. Che apre contestualizzando l'interesse di Dondero per Capa, partendo dal 1954: l'anno in cui l'ungherese muore in Indocina e Dondero va a stare a Parigi. Dove conosce tante persone che furono assai prossime al fotografo che raccontava la guerra. Tra questi Simon Guttman, fondatore insieme ad Alfred Marx dell'agenzia Dephot, l'uomo che nel 32 affidò a Capa il primo servizio importante, quello sul comizio di Trotsky a Copenaghen.

E l'incontro diventa una delicata lezione sulla fotografia, «attività voluttuosa e felice», sull'etica di un mestiere tanto mutato ma bisognoso, oggi più che mai, di verità e partecipazione. Perché, dice Dondero «ha ragione Kapuscinski quando sostiene che un buon giornalista non può essere cinico». Gli incontri sono stati organizzati da Ogros e Sarditudine in collaborazione con il museo Man e il Comune di Villanova Monteleone.


Ultima modifica di francesco1017 il Lun 22 Dic 2014 - 15:41, modificato 2 volte
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MessaggioTitolo: Re: Fotografie del nostro esercito.   Lun 22 Dic 2014 - 14:49

....continua Dondero (foto)

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L’uomo che voleva raggiungere la luna


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Mimmo Rotella, pittore, 1959

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Lucania, 1961

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MessaggioTitolo: Re: Fotografie del nostro esercito.   Mer 24 Dic 2014 - 15:56

.....


Ultima modifica di francesco1017 il Mer 24 Dic 2014 - 17:01, modificato 2 volte
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MessaggioTitolo: Re: Fotografie del nostro esercito.   Mer 24 Dic 2014 - 16:43

francesco1017 ha scritto:
Jane Bown 1925 - 2014

"The best pictures are uninvited. They're suddenly there in front of you.
But they are there one minute and gone the next - J.Bown"
.

Jane Bown: a life in photography – in pictures

Her first commission for the Observer was a portrait of philosopher Bertrand Russell in 1949.

From then, Bown photographs the great and the good, the rich and the poor, the ordinary and extraordinary with a compassionate and gentle eye


E' morta all'eta' di 89 anni Jane Bown, leggendaria fotografa del britannico Observer.

Era nota in particolare per i suoi ritratti, da Samuel Beckett alla regina Elisabetta, passando per i Beatles. Bown arrivo' all'Observer nel 1949 e continuo' a recarsi in redazione ogni settimana per ezzo secolo.

L'ultima volta lo scorso agosto.

Il direttore della rivista, John Mulholland, la ricorda come ''parte del Dna dell'Observer'' che ha prodotto ''alcune delle immagini piu' memorabili di personaggi della scena culturale e politica del ventesimo secolo''.

Molti dei suoi lavori sono esposti alla National Portrait Gallery di Londra.

........................................................................................................................................

Gli occhi penetranti di Samuel Beckett, quello sguardo fiero da aquila in gabbia, l’aveva colto lei.
Gli aveva strappato uno scatto in un vicolo accanto al Royal Court Theatre mentre il drammaturgo tentava la fuga dai riflettori. Il ritratto era inscritto nel suo Dna.

“Ho passato tutta la vita a preoccuparmi del tempo e della luce” disse di sé una

La pellicola da 35 mm la sua arma per portare a compimento la missione: carpire l’anima dei soggetti di cronaca per conto dell’occhio collettivo, senza sbavature, realizzando “fotografie meravigliose di personaggi di primo piano del panorama politico e culturale del Paese”, racconta Mulholland.

Nel curriculum vitae di Jane si conta una costellazione di volti noti e meno noti, personaggi ricchi, di spicco, e perfetti sconosciuti entrati nelle cronache per un battito di ciglio.

Attraverso i ritratti dei Beatles, di Björk, del poeta John Betjeman, dell’attore Bob Hope , della regina Elisabetta, divenuti vere e proprie icone, si dipana una carriera di tutto rispetto, premiata nel 1985 con la nomina a membro dell’Ordine dell’Impero Britannico e, dieci anni dopo, con la promozione a rango di Comandante.

Jane Bown era “una star riluttante al suo stesso successo”, così la descrive il collega Eamon McCabe “Nessuno più di lei ha realizzato delle fotografie così belle di così tante importanti personalità. Sapeva lei stessa di essere ormai famosa, ma questo era un aspetto della sua vita che odiava”.
Chi la conosceva bene, infatti, dice che Jane non ha mai peccato di vanità. Piuttosto che vendere i propri capolavori per una fortuna – come è abitudine fare tra i fotografi di successo - Jane ha voluto regalare il suo archivio al Guardian, società madre dell’Observer, giornale cui è rimasta fedele tutta la vita.

La “strega bianca”
– così la soprannominò Donald Trelford, ex direttore dell’Observer per la sua capacità di andare sotto la pelle dei soggetti che immortalava – portava la sua macchina fotografica in un cesto di vimini e non utilizzava mai luci extra per i suoi scatti: “I fotografi dovrebbero essere invisibili, non devono farsi vedere né sentire”.


Bertrand Russell, 1949

Jane received the details of her first commission for the Observer via telegram. She was to photograph Russell at breakfast with his new wife, Dora. Jane later recalled she was ‘terrified, absolutely terrified’

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Sir John Betjeman1972

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Jane Bown at Guildford School of Art, c 1947


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Bob Hope and Anita Ekberg at Pinewood studios, 1962


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MessaggioTitolo: Re: Fotografie del nostro esercito.   Sab 27 Dic 2014 - 23:37

dal nostro Maestro Roberto Brosan

.... con un commento che  aggiunge valore alla bella foto. Una piccola lezione d'arte fortografica.  


Fatta in pieno inverno.

Scrive Roberto Brosan...."Avevo bisogno del gelo di NY per congelare la vasca, 30x40cm o forse poco piu.

Una foto fatta in lastre 20x25, senza assistenti e durante la notte con le finestre aperte per tener bassa la temperatura in studio.

La vera difficoltà erano le gelatine che illuminano il ghiaccio da sotto e trovare l'equilibrio tra il blu e la luce bianca, mentre l'orologio è stato illuminato con una luce da fibra ottica in modo molto selettivo e senza influire sul ghiaccio


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MessaggioTitolo: Re: Fotografie del nostro esercito.   Dom 28 Dic 2014 - 9:56

Jaques Lartigue 1894 - 1982  - 1

Un maestro della fotografia segnalato da Roberto Brosan


La fotografia che fino a pochi decenni prima era semplicemente una tecnica, quasi magica, di riproduzione della realtà i cui progressi venivano comunicati, in forma ufficiale, all'accademia delle Scienze e alla Società Eliografica di Francia, si era trasformata, come il tennis, in una delle più diffuse ed apprezzate fonti di svago degli ambienti più raffinati.

La camera oscura con le sue meraviglie aveva progressivamente preso il posto dell'acquarello e, insieme alle lezioni di pianoforte, era entrata a fare parte, nelle classi sociali più elevate, del bagaglio essenziale dell'educazione infantile.

Lartigue racconta nel suo diario quotidiano, che inizia nel 1900 e continua a scrivere senza interruzioni per tutta la vita, questo periodo favoloso di un infanzia e di un'adolescenza privilegiate.

Abbandonandosi a queste descrizioni rapide e sintetiche, che non trascurano però nessuno degli avvenimenti significativi di ogni giornata, il giovane Jacques annota scrupolosamente particolareggiatamente le caratteristiche, le gioie e gli insuccessi della sua attività fotografica.

In un infanzia che scorre felice fra giochi e feste, il bambino si appassiona al movimento.

La sua macchina, che riesce a catturare e a fissare il fluire del tempo, si rivela uno strumento prezioso per registrare le invenzioni fantasiose, comiche e raffinate del fratello Zissou e dei cugini a Pont de l'Arche e a Castello di Rouzat. Dal 1902 in cui comincia a raccogliere grandi album che contengono immagini e aneddoti, Lartigue realizza le sue fotografie da solo senza alcun aiuto. Acquisiti i rudimenti tecnici fondamentali, egli si abbandona entusiasticamente alla creazione delle sue famose istantanee, che hanno costituito un'autentica sfida ai fotografi professionisti, per oltre cinquant'anni.

Salti di ogni genere, il gioco della palla, partite di tennis, ma anche le eleganti dame del Bois de Boulogne, gli aeroplani e le automobili cominciano a popolare il diario di un bambino che ri rivela profondamente affascinato da ciò che si muove e, in qualche modo, gli lancia una sfida.

Fin dalle sue prime fotografie, osservando attentamente la realtà, Lartigue si sforza, e spesso riesce pienamente, a fissare un movimento che lo affascina e a creare l'atmosfera meravigliosamente aerea, lieve, vibrante e libera che caratterizza tutta la sua opera. A questo periodo risalgono le fotografie di Zissous nella piscina e le famose macchine in movimento.

Troppo spesso, però, ci si dimentica di sottolineare quanto il bambino prodigiosamente dotato crei immagini squisitamente infantili. Quando fotografa la sua splendida collezione di modelli di automobili in miniatura, Lartigue le dispone infatti davanti un cassettone, chinandosi per scattare la fotografia. Ci offre quindi un'immagine in cui, sconvolgendo i rapporti di grandezza caratteristici della visione dell'adulto, ricrea la prospettiva di chi, per età e statura è, in realtà, ancora bambino. Questo tipo di fotografia viene spesso trascurata e sottovalutata, mentre è una delle caratteristiche fondamentali, che rimarrà costante in tutta l'opera del fotografo.

Biografia da wikipedia

Il bambino prodigio

Jacques Lartigue nasce il 13 giugno del 1894 a Courbevoie da una famiglia facoltosa, il padre Henri è un uomo d'affari appassionato di fotografia. Nel 1899 la famiglia si trasferisce a Parigi.
Nel 1902, all'età di sette anni, Lartigue riceve in regalo dal padre la sua prima macchina fotografica. Di fatto la sua attività di fotografo inizia qui: scatta e sviluppa le proprie foto dapprima con l'aiuto del genitore e subito dopo da solo. Ritrae il mondo che gli sta attorno: parenti e amici, e più in generale la quotidianità della borghesia. Raccoglie le sue fotografie in volumi: nel corso della propria esistenza arriverà a mettere insieme circa 130 album, con all'interno un totale di alcune decine di migliaia di foto.

Sempre in questo periodo inizia un diario che porterà avanti per tutta la vita e che rappresenterà una sorta di "parallelo scritto" delle sue immagini: riflessioni, descrizioni, ma anche schizzi delle fotografie stesse.

A partire dal 1904 inizia con alcuni esperimenti fotografici: forse l'esempio più rappresentativo di queste prove è costituito dalle sovrimpressioni per creare foto di "pseudo-fantasmi". Inizia inoltre a scattare immagini stereoscopiche (cioè fotografie tridimensionali) con una macchina apposita.

Nel 1906 l'ascesa sociale del padre permette alla famiglia di acquistare il castello di Rouzat nei pressi di Puy-de-Dôme, nonché la prima autovettura. Il fratello maggiore "Zissou" inizia a costruire macchine volanti nelle cantine del castello. Automobili e aeroplani, ma più in generale il movimento, diverranno poi tra i soggetti preferiti da Lartigue.

La passione per i motori, per i marchingegni, per la tecnologia che all'epoca era ai suoi albori era un elemento che caratterizzava un po' tutta la famiglia dei Lartigue. In questo contesto il piccolo Jacques, cagionevole di salute e non altrettanto "audace" come gli altri parenti, assumerà il ruolo di testimone oculare, quasi di elemento esterno e distaccato, intento a immortalare e a prendere nota di ciò che gli accadeva intorno.

Un altro dei soggetti preferiti la Lartigue sarà rappresentato dalle eleganti dame a passeggio al Bois de Boulogne, che inizierà a fotografare a partire dal 1910, all'età di sedici anni. Ed è proprio grazie a queste immagini che successivamente verrà considerato come uno dei precursori della fotografia di moda.

Sempre in questi anni inizia a delinearsi la filosofia che poi caratterizzerà non solo la propria arte ma l'intera sua vita: il culto della felicità, la ricerca di un idillio che non possa essere turbato da traumi profondi. Tale concezione lo porterà, ad esempio, ad attraversare in maniera paradossale due guerre mondiali.

Nel 1911 la famiglia si trasferisce nuovamente a Parigi, in un palazzo privato.

In questi anni Lartigue realizza i suoi primi ritratti di personaggi famosi durante la villeggiatura a Saint Moritz (Max Linder, Santos Dumont, Graham White), produce il suo primo film amatoriale con una cinepresa regalatagli dal padre, segue i corsi alla Sorbona di Marius Aubert (l'assistente di Gabriel Lippmann che mise a punto uno dei procedimenti per la realizzazione della fotografia a colori), ma soprattutto il giornale La Vieu Au Grand Air pubblica alcune di quelle che resteranno poi tra le sue foto più celebri (Louis e Jean alla gara di bob a Rouzat, Zissou nella piscina, Roland e Simon Garros a Issy-les-Moulineaux).
L'attività di pittore

In piena prima guerra mondiale Lartigue decide di dedicarsi alla pittura. Non viene arruolato nell'esercito francese perché giudicato "rivedibile" durante la visita di leva.

Tuttavia, qualche tempo dopo, riuscirà a mettere la propria abilità di guidatore e la propria automobile da corsa a disposizione degli ospedali parigini per il trasporto dei feriti di guerra. Nel 1914 il cinegiornale Atualités Pathé acquista i suoi filmati sullo sport. A partire dal 1915 frequenta l'Académie Julian dove studia pittura con Jean-Paul Laurens e Marcel Baschet. Nel 1918 l'epidemia di spagnola colpisce un grande numero di amici di famiglia dei Lartigue.

Finita la guerra, nel 1919, si sposa con Madeleine "Bibi" Messager. Il padre di Bibi è il musicista André Messager, compositore, direttore dell'Opéra e dell'Opéra Comique di Parigi, nonché del Covent Garden di Londra. Jacques e Bibi avranno due figli, il secondo morirà a pochi mesi dalla nascita.

Nel corso degli anni venti la carriera di pittore di Lartigue si evolve progressivamente. Nel 1922 espone i propri dipinti nei corridoi d'ingresso della galleria Georges Petit di Parigi (nelle sale principali c'è Monet).

Successivamente espone al Salon des Sports, al Salon d'Automne, al Salon d'Hiver, al Salon de la Société Nationale des Beaux-Arts, alla galleria Bernheim Jeune e al Grand Palais. In particolare i dipinti di questo periodo hanno come tema principale fiori, automobili, ma anche ritratti di personaggi famosi (Kees Van Dongen, Sacha Guitry, Marlene Dietrich, Greta Garbo, Georges Carpentier, Joan Crawford). Sempre in questo periodo conosce, inoltre, Maurice Chevalier, Abel Gance, Yvonne Printemps. E nel 1930 Renée Perle, che diventa una delle sue modelle preferite nonché la sua compagna.

Nel 1932 è aiuto-regista e fotografo di scena del film Les Aventures du Roi Pausole di Alexis Granowsky (trasposizione cinematografica di un romanzo di Pierre Louÿs).
Nel 1934 sposa, in seconde nozze, Marcella "Coco" Paolucci. Ma il matrimonio durerà solo un paio d'anni.

Negli anni della seconda guerra mondiale, più in generale tra il 1935 e il 1950, collabora con varie riviste di moda in qualità di illustratore. Diviene inoltre piuttosto rinomato come scenografo grazie alle decorazioni degli interni per le grandi feste che si svolgono al casinò di Cannes, a La Baule e a Losanna.

Nel 1942 conosce Florette Orméa, una ragazza di vent'anni. Con lei, durante l'occupazione nazista di Parigi, si trasferisce in una villa in Costa Azzurra a dipingere e a catalogare le proprie fotografie. Finita la guerra, nel 1945, la sposa in terze nozze.

L'attività di fotografo


A partire dal dopoguerra le foto di Lartigue diventano sempre più diffuse, soprattutto sulla stampa cattolica.

Particolarmente celebri sono i suoi ritratti di Pablo Picasso e Jean Cocteau dell'epoca (1955).


Nel 1954 viene fondata l'associazione Gens d'Images e Lartigue ne diviene il vicepresidente. Grazie alle iniziative culturali promosse da tale associazione Lartigue espone per la prima volta le sue fotografie: la mostra (collettiva) è organizzata alla Galérie d'Orsay nel 1955.

In parallelo, comunque, porta avanti la propria attività di pittore che di fatto è e rimane la sua professione. Nel 1957 espone i propri quadri a L'Avana, al Centro d'arte Cubano, proprio nel periodo in cui Fidel Castro inizia la guerriglia nella Sierra Maestra: Lartigue è costretto a lasciare lì le sue tele e a riparare prima in Messico e poi negli Stati Uniti.

Nel 1960 Lartigue si trasferisce a Opio, vicino a Grasse.

Nel 1963 allestisce la prima mostra fotografica personale al Museum of Modern Art di New York e la rivista Life gli dedica un servizio di dieci pagine sul numero di novembre, ossia lo stesso numero che riporta i fatti dell'assassinio di John Fitzgerald Kennedy. Lartigue aveva incontrato Kennedy, nel 1953, quando ancora era un giovane senatore, e per ironia della sorte i loro destini si incrociano di nuovo dieci anni dopo: l'evento tragico dell'omicidio del presidente degli Stati Uniti determinerà un'altissima tiratura del numero della rivista in questione, a sua volta essa determinerà una grandissima (e involontaria) pubblicità per Lartigue.

Ed è sempre in questo periodo che John Szarkowski, direttore del Dipartimento di Fotografia del Museo d'Arte Moderna di New York, definisce Jacques Lartigue come «il precursore di ogni creazione interessante e viva realizzata nel corso del XX secolo». Si tratta del primo vero riconoscimento ufficiale. Lartigue ha 69 anni, e aggiunge il nome del padre, Henri, al proprio diventando Jacques "Henri" Lartigue.

Nel 1964 realizza una mostra di pittura alla galleria Knoedler di New York.

Nel 1966, in concomitanza con una mostra al Photokina di Colonia, pubblica l'Album de Famille. Tale opera, divulgata in tutto il mondo, rappresenterà la consacrazione del Lartigue fotografo. In questo periodo stringe inoltre amicizia coi fotografi Richard Avedon e Yasuhiro "Hiro" Wakabayashi. E nel 1970 pubblica Diary of a Century, raccolta di lavori a partire dagli anni trenta curata da Richard Avedon e Bea Feitler.

Nel 1974 a Lartigue viene commissionata la foto ufficiale del presidente della Repubblica francese Valéry Giscard D'Estaing (prima d'allora questa operazione era riservata a fotografi pressoché anonimi).

Nel 1975 allestisce la mostra Lartigue 8x80 al Musée des Arts Décoratifs di Parigi: è la prima grande retrospettiva francese della sua fotografia. Successivamente espone alla galleria Optica di Montréal e al Seibu Art Museum di Tokyo.

Nel 1979 dona l'intera sua opera fotografica (negativi, album originali, diari e macchine fotografiche) allo stato francese. Viene istituita l'Association des Amis de Jacques Henri Lartigue (denominata poi Donation Jacques Henri Lartigue) sotto la supervisione del Ministero della Cultura.

Durante gli anni ottanta e novanta la Donation Jacques Henri Lartigue organizza varie iniziative e mostre in tutto il mondo con cadenza quasi annuale.

In particolare sono da citare: l'esposizione di benvenuto della donazione di Lartigue che si tiene alle Galeries Nationales del Grand Palais di Parigi nel 1980 (Bonjour Monsieur Lartigue); l'apertura di una sala d'esposizione permanente al Grand Palais degli Champs-Elyséss con la mostra Vingt Années de Découverte à Traverser l'Oeuvre de Jacques Henri Lartigue nel 1981; la mostra dedicata alle stereoscopie al Grand Palais di Parigi (Le Troisième Oeil de Jacques Henri Lartigue) organizzata nel 1986.

Jacques Henri Lartigue muore a Nizza il 12 settembre del 1986 all'età di 92 anni.


Ultima modifica di francesco1017 il Dom 28 Dic 2014 - 10:26, modificato 1 volta
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